Capannoni crollati

Di Valerio Gagliardelli.

Medolla (Modena), 1 giugno 2012 – Quello dei capannoni industriali crollati è un rebus piuttosto difficile da leggere. Ci ha messo le mani la Procura, a caccia di eventuali responsabilità, ma per una prima interpretazione dei ‘perchè’ può essere utile il parere di un esperto costruttore come l’ingegner Raol Marzi, origini toscane ma modenese d’adozione.
Doverosissima la premessa: la sua analisi ha carattere generale, e in nessun modo è rivolta ai singoli casi sollevati nella Bassa dal sisma.

Ingegner Marzi, cosa dice la legge, in chiave antisismica, sulla costruzione di capannoni?
«Diciamo la verità: le legge antisismica redatta nel 2005 è arrivata, di fatto, in ritardo. Perché quella norma obbliga a costruire in un certo modo da lì in poi, ma non chiede l’adeguamento dell’esistente. E i capannoni crollati nella Bassa sono senz’altro precedenti, anche solo di pochi anni, alla legge. In più, l’area nord delle provincia modenese fino ad oggi era catalogata come zona a debole rischio sismico, dunque non erano previsti accorgimenti edilizi troppo particolari».
Cosa può aver fatto crollare quelle strutture?
«Beh, un capannone si regge sostanzialmente su dei pilastri, verticali, e su delle travi, orizzontali, che poggiano su di essi in modo perpendicolare. In passato si usavano travi che sporgevano verso l’esterno rispetto ai pilastri, quindi in caso di spostamenti orizzontali, come quelli provocati da un terremoto, le travi avevano più superficie d’appoggio sui pilastri. Ora, invece, si usano travi che sporgono sempre meno all’esterno, anche per questioni estetiche, così viene a mancare una ‘fetta’ di superficie per uno ‘scorrimento’ laterale. Ma è bene ricordare che in una zona a debole rischio sismico questa tipologia rispetta in pieno la legge».
Non crede, quindi, all’ipotesi dei difetti di progettazione, edificazione o all’uso di materiali scadenti per risparmiare?
«E’ ovvio che non posso pronunciarmi sui singoli casi, né è compito mio, ma bisogna tener presente che quasi tutti i capannoni industriali sono dei prefabbricati, e le ditte che li costruiscono in genere sono molto attente ai dettagli di sicurezza. Anche perché in fase di collaudo le verifiche sui parametri riportati dalla documentazione sono molto rigorose, fatte al pc con tecnologie sempre più avanzate, e perciò conviene far subito le cose perbene.
I materiali? Non credo sia lì il ‘nodo’: tutti, dal calcestruzzo all’acciaio, vengono esaminati ‘a campione’, in ogni loro caratteristica, da istituti autorizzati dal Ministero. Sono controlli fidati, e anche se fosse l’uso di materiali scadenti porterebbe a risparmi irrisori».
Quali altri elementi possono aver inciso sui crolli?
«C’è il discorso sulla conformazione geologica del terreno sotto l’edificio, che può sempre fare la differenza nel propagarsi delle onde sismiche. Ma c’è anche quello sulla simmetria delle strutture, e anche su questa per le zone a debole rischio la legge non dà prescrizioni. Si tratta della capacità di un capannone di reggere allo stesso modo a una medesima sollecitazione orizzontale, qualunque sia la direzione dello spostamento. Molto spesso accade che uno slittamento sull’asse nord-sud, ad esempio, non provochi danni, al contrario di ‘un est-ovest’.
Questo aspetto, assieme agli altri, potrebbe spiegare perché un magazzino sia venuto giù e quello a fianco no. Non è detto che uno fosse più solido dell’altro: può esser bastato che ‘quella’ direzione di spostamento del suolo fosse compatibile solo con una delle due simmetrie».
Ora, come si può migliorare la situazione nella Bassa?
«Intanto prendendo atto, anche con atti legislativi, che è una zona a maggior rischio sismico di quanto si pensasse. E poi agire di conseguenza adeguando l’esistente, magari grazie a degli incentivi, e costruendo il nuovo con ulteriori accorgimenti antiterremoto».

Valerio Gagliardelli

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